Everest, un film Baltasar Kormákur

Ispirato da una serie di incredibili eventi accaduti durante una pericolosa spedizione volta a raggiungere la vetta della montagna più alta del mondo, EVEREST documenta le avversità del viaggio di due diverse spedizioni sfidate oltre i loro limiti da una delle più feroci tempeste di neve mai affrontate dall’uomo. Il loro coraggio sarà messo a dura prova dal più crudele dei quattro elementi, gli scalatori dovranno fronteggiare ostacoli al limite dell’impossibile come l’ossessione di una vita intera che si trasforma in una lotta mozzafiato per la sopravvivenza.

IN COLLABORAZIONE CON CAI PONTEDERA

Letterale, come il suo titolo, Everest, nome carico di suggestioni e dell’idea stessa del limite, dell’estremo. Il film di Baltazar Kormákur, che racconta la vera storia di una disastrosa spedizione sulla vetta più alta del mondo, costata la vita a otto persone, avvenuta nel 1996 e raccontata da un testimone oculare come il giornalista Jon Krakauer (lo stesso che ha raccontato la storia di Christopher McCandle diventata Into the Wild), è letterale. Quasi felicemente cronachistico. Nel film dell’islandese le metafore stanno a zero, e quello che vedi è quello che è (stato): non ci sono tirate para-herzoghiane sulla sfida dell’Uomo alla Natura, né quelle post-capitaliste che avrebbero potuto puntare indici accusatori sulla cosiddetta “commercializzazione” della montagna più alta del mondo: la spedizione di Everest, infatti, era una di quelle organizzate da società specializzate nel guidare ogni anno esperti alpinisti fino alla vetta, ovviamente a pagamento; e lo stesso Rob Hall – protagonista del film, interpretato da Jason Clarke – è stato uno dei primi a inventarsi questo nuovo sistema per generare profitto attraverso la passione per la montagna. Ma Kormákur, dicevamo, non è interessato al superomismo romantico, o all’idealismo politico-economico: a lui basta raccontare una storia, tratteggiare dei personaggi, inquadrare panorami grandiosi; e non pensate sia poco. Il suo è un film fieramente classico, un racconto d’avventura e umanità di quelli che Hollywood produceva tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, un catastrofico senza troppe catastrofi se non quella di un errore umano costato caro a chi l’ha commesso e di una variabile meteorologica che chiunque vada per montagne sa di dover mettere in conto. Nemmeno dalla passione idealistica per l’alpinismo, l’islandese si fa contagiare troppo: la retorica sul “perché” di un istinto come quello di chi scala vette tanto estreme viene anche evocata, ma rimane sullo sfondo delle dinamiche e dei meccanismi pratici: quelli del gruppo, della spedizione, dell’alpinismo. Everest diventa allora, se volete, anche un film sull’agire dell’uomo in società: una società ristretta come quella di un gruppo di persone alla conquista della cima più alta del mondo, ma pur sempre una società fatta di legami, interdipendenze, collaborazioni e momenti di piccolo o grande egoismo. Sul prezzo pagato dagli altri per i nostri errori, e viceversa. Sulle grandi conquiste e i piccoli ma fondamentali momenti di generosità che quelle conquiste permettono e che vite salvano. Ma, dato che la montagna è anche silenzio, asprezza, essenzialità, Everest evita le selve della retorica o la svenevolezza balneare, lasciando che i sentimenti rimangano trattenuti e rocciosi, e le lacrime non siano fiumi in piena ma rivoli appena accennati, provenienti da stalattiti di ghiaccio che si sciolgono lentamente. Col supporto indispensabile di un cast nutrito e solidissimo, Kormákur cerca e trova l’equilibrio tra magniloquenza scenografica, grandiosità del gesto e fragilità dei sentimenti, raccogliendo i frutti del suo lavoro suscitando la composta commozione derivante da un amore mai urlato e da un nome di bambina che vuol dire futuro.

Gli orari:

 

martedì 23 marzo ore 21:30

Il trailer:

 

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Liberami, un film di Federica di Giacomo – L’ITALIA CHE NON SI VEDE

Liberami è un film sul ritorno dell’esorcismo nel mondo contemporaneo. Il nostro mondo. Ogni anno sempre più persone chiamano “possessione” il loro malessere, in Italia, in Europa, nel mondo. La Chiesa risponde all’emergenza spirituale nominando un numero crescente di preti esorcisti ed organizzando corsi di formazione.

A quanto pare di esorcismi ogni anno se ne praticano in Italia a centinaia, scarseggiano giusto gli esorcisti. Sarà per questo che non manca certo lavoro a Padre Cataldo, veterano palermiatano della lotta al demone, protagonista del documentario di Federica Di Giacomo, Liberami, vincitore della sezione Orizzonti alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia.La camera segue con pazienza le giornate vorticose dell’uomo di chiesa, sempre pronto con bonaria schiettezza ad accogliere più persone possibili. La sala d’attesa è sempre piena. Talmente codificata è l’interpretazione dell’anima posseduta da sembrare uno scimmiottamento de L’esorcista o altri film sulla possessione demoniaca. Come accade in altri ambiti del vivere odierno – come quello sentimentale – non si capisce quanto le nostre reazioni siano spontanee o guidate da quanto visto, sentito o letto. Tornando alla sala d’attesa di Padre Cataldo, quello che colpisce subito è come somigli alla varia umanità in visita a un medico condotto, in preda a una sorta di depressione collettiva che si manifesta in questo caso in malesseri di origine diabolica. Una vera emergenza spirituale, o almeno come tale viene trattata dalla Chiesa che, come si vede in uno dei momenti più curiosi del bel documentario, organizza dei corsi di formazione e dei grandi convegni di preti esorcisti. Anche qui la crisi delle vocazioni incombe, cosa ancor più seria vista la grande richiesta di risposte spirituali ai piccoli e grandi malesseri di oggi, con voce irrochita o meno. Il retroterra è quello della religiosità popolare, fra santi, diavoli, reliquie e acqua santa: il punto di partenza deve essere “vivere in grazia di Dio”; se un ragazzo è posseduto, bisogna verificare se la madre “è donna di fede”; la presenza di Satana è spesso sintomo di una sessualità non “ortodossa”.Una volta a settimana l’esorcista celebra una messa con alcuni spettatori fissi: sono loro i protagonisti veri di Liberami. Lo spettacolo è veramente sconvolgente, fra urla ferine e slogan come “Satana ti sputo in faccia e ti maledico”. Una quotidianità banale, bruscamente interrotta da una scintilla fra mistico e orrorifico, antico e moderno; sta a noi spettatori ricercare una personale risposta. La liberazione è complessa manifestazione palese di un male di vivere esploso al di là degli steccati sacro o profano. L’appassionante carrellata di variopinti personaggi è a tratti divertente e qualche volta perfino grottesca, come quando i genitori preoccupati portano il figlio che non vuole andare a scuola, o quando per qualsiasi fallimento si incolpa il demonio, evitando di assumere una responsabilità individuale.Liberami è posseduto – scusateci la facile scorciatoia – da un sibilo continuo e inquietante che mette a disagio lo spettatore, lo costringe a muoversi inquieto sulla poltrona, con la paura di specchiarsi in quel malessere, magari con l’amara sensazione di averlo prima messo alla berlina. Diventa un problema sociale, come quando un ragazzo dark si pone un interrogativo legittimo: “se sei ossessionato da fantasmi, spiriti, dove vai? Da Dylan Dog? La società non ti mette nella condizione di curarti. Io non sono credente, eppure queste cose sono successe”.

Gli orari:

mercoledì 8 marzo ore 21:30

giovedì 9 marzo ore 21:30

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A spasso con Bob, un film di Roger Spottiswoode

a spasso con bob

A spasso con Bob di Roger Spottiswoode è una a pellicola tratta dal bestseller internazionale pubblicato in Inghilterra nel marzo del 2012 e basato su una storia vera.

Quando James Bowen trova davanti alla porta del suo alloggio popolare un gatto rosso, rannicchiato in un angolo, indifeso e ferito, non immagina quanto la sua vita stia per cambiare. James, ventisette anni, non ha un lavoro né una famiglia su cui contare. Vive alla giornata per le vie di Londra, e raccoglie qualche spicciolo suonando la chitarra davanti a Covent Garden e nelle stazioni della metropolitana. L’ultima cosa di cui ha bisogno è un animale domestico. Eppure non resiste a quella palla di pelo, che subito battezza Bob…

Meno di 10 anni fa James Bowen era un 27enne eroinomane senzatetto, con una chitarra in spalla, un cartone sotto braccio dove dormire, pochi penny in tasca e una famiglia che gli aveva completamente voltato le spalle. Una vita apparentemente arrivata sull’orlo di un precipizio, fino a quando James non trovò un gatto rosso, indifeso e ferito. Quel giorno nacque un’amicizia incredibile, che cambiò le esistenze di entrambi, tanto da finire sulle prime pagine dei tabloid britannici e nel 2012 diventare best seller. A spasso con Bob, edito in Italia da Sperling & Kupfer, è stato pubblicato in Inghilterra nel marzo di 4 anni fa ed è rimasto per 70 settimane consecutive nella Top10 dei libri più venduti del Paese, vendendo oltre 7 milioni di copie in tutto il mondo. Non contento, è stato da poco inserito nella lista dei 10 migliori libri britannici di tutti i tempi e si è posizionato al 23esimo posto dei libri più venduti del Regno Unito negli ultimi 40 anni. Poteva una storia simile, incredibilmente vera e celebre in patria, non diventare cinema? A spasso con Bob segna il ritorno alla regia del 71enne Roger Spottiswoode, 20 anni fa regista di 007 – Il domani non muore mai e nel 2014 visto alla Festa del Cinema di Roma con Il mio amico Nanuk. Co-protagonista del film il ‘vero’ Bob del titolo, ovvero il meraviglioso gatto rosso che da 8 anni accompagna ovunque James Bowen, nel frattempo diventato milionario grazie al successo del libro. Ad indossare i sudici abiti di Bowen, Luke Treadaway, 32enne qui incredibilmente intonato visto in Unbroken di Angelina Jolie e nella serie tv Fortitude. Al suo fianco, nei panni di colei che lo aiuterà a rialzarsi dal precipizio in cui era finito, Ruta Gedmintas, volto della serie tv The Strain. Una storia di solitudine, speranza, amicizia, unione, amore, perdono e di rinascita, quella diretta da Spottiswoode. Il romanzo biografico di Bowen, non a caso, colpì nel segno anche, se non soprattutto, per il modo franco con cui l’autore descrisse la complicata vita dei senzatetto britannici, nel suo caso persino eronoimani. La totale disperazione figlia della dipendenza che si scontra con il benevolo destino, qui raffigurato da un dolce gatto rosso, dal quale ripartire. Perché una seconda possibilità, se non un’ottava vita, è sempre lì, a portata di mano. Basta crederci, farsi forza e trovare il coraggio di rialzarsi. Dovendo condensare l’opera di Bowen in 102 minuti, Spottiswoode si è concentrato soprattutto sulla tenera amicizia tra questi due esseri umani così soli al mondo, trovatisi quasi per caso e da allora mai più allontanatisi l’uno dall’altro.

Federico Boni, Cineblog

Gli orari:

Venerdì 27 gennaio ore 21:30

Sabato 28 gennaio ore 20:30 – 22:30

Domenica 29 gennaio ore 16:30 – 18:30 – 20:30 – 22:30

Martedì 31 gennaio ore 10:00 cinemamme

Martedì 31  gennaio ore 21:30

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MONDIVISIONI: Tickling Giants, un film di Sara Taksler

 

tickling-giants-sitoTickling Giants racconta di come un cardiochirurgo decida di abbandonare la sua professione e dedicarsi alla satira, diventando una spina nel fianco per i poteri forti…

Nel pieno della primavera araba, Bassem Youssef lascia il suo posto di cardiochirurgo per diventare il protagonista di un programma satirico egiziano che diventa rapidamente il più visto in Medio Oriente. In un paese dove la libertà di espressione non è garantita, lo show è tanto popolare quanto discusso, e dovrà affrontare minacce e denunce. Lottando per restare in onda, Bassem continua a tenere sotto pressione il potere, senza riguardi né per Mubarak, né per i Fratelli Musulmani, né per il nuovo presidente al-Sisi.

La regista afferma di aver deciso di fare il film Tickling Giants nel 2012. Bassem Youssef, un cardiochirurgo egiziano che si era improvvisato commentatore politico satirico, era a New York come ospite del Daily Show, il programma di Jon Stewart, in cui lei lavorava come produttrice. All’epoca Bassem non aveva ancora il suo programma televisivo, che nel giro di un paio d’anni sarebbe diventato un successo da 30 milioni di spettatori a puntata.

“Mi piace…” afferma Sara Taksler “..scegliere argomenti seri cercando un modo catartico per affrontarli attraverso l’umorismo. Bassem faceva esattamente questo, ma correndo molti più rischi, in un paese dove la libertà d’espressione non era garantita per legge. Qualche mese dopo il nostro incontro Bassem fu convocato in tribunale, accusato per alcune battute sul governo e la religione, e capii quanto fosse rilevante questa storia e che privilegio fosse avere l’opportunità di raccontarla. Così il giorno successivo ricontattai Bassem per cominciare le riprese in Egitto.”

Tickling Giants parla di qualcuno che fa semplicemente delle battute, eppure la sua voce è più forte di quella di chi, a pochi isolati di distanza, si sta sparando addosso. Tutti affrontiamo dei “giganti”, persone che abusano del loro potere, sta a noi decidere come reagire. Statisticamente sarà forse improbabile diventare dei comici famosi nel bel mezzo di una rivoluzione, eppure tutti abbiamo la possibilità di prendere la parola su questioni piccole o importanti, trovando il nostro modo non violento per “fare il solletico ai giganti”.

Gli orari:

Mercoledì 25 gennaio ore 21:30

Giovedì 26  gennaio ore 21:30

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