Nanga Parbat, un film di Joseph Vilsmaier

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La ricostruzione della drammatica vicenda occorsa a Reinhold Messner, il celebre alpinista altoatesino, quando nel 1970, dopo la conquista in Pakistan del Nanga Parbat, la nona cima del mondo, perse il fratello Gunther che era con lui, travolto da una valanga, e dovette abbandonarne il corpo, venendo poi ingiustamente accusato di averlo sacrificato pur di raggiungere la vetta…

Monaco 24 settembre 1970 ore 20. Il dott. Karl Maria Herrlingkoffer sta tenendo una conferenza stampa. La sua spedizione tre mesi prima ha conquistato la vetta del Nanga Parbat. È la terza volta che questo accade ma è la prima volta che viene risalito il versante meridionale lungo l’inviolata, fino ad allora, parete Rupal. All’improvviso irrompe nella sala Reinold Messner. Avanza sorreggendosi alle stampelle. È il silenzio. Herrlingkoffer, scosso dalla inaspettata presenza, prosegue la conferenza visibilmente innervosito. Dà notizia della terribile tragedia che si è consumata durante la spedizione. Uno dei due fratelli Messner, il giovane Günther, è rimasto vittima a dir suo della irresponsabilità del fratello maggiore. Messner urla la sua innocenza ed incomincia a raccontare la sua versione di quanto è accaduto. La ricostruzione della vicenda è molto dettagliata, lo stesso Reinold Messner nella realtà ha collaborato alla stesura della sceneggiatura. Il suo punto di vista è essenziale per la comprensione di ciò che realmente è accaduto. Il film viene così impreziosito anche da aneddoti importanti che ci raccontano l’infanzia e la crescita dell’uomo e dell’alpinista. Il regita Joseph Vilsmaier affonda efficacemente il suo sguardo dentro personaggi carismatici e dalla grande personalità alla ricerca dei loro difetti e dei loro limiti. Non potrebbe fare diversamente per rendere al meglio il suo obbiettivo: celebrare l’alpinismo ed uno dei suoi più importanti padri fondatori. L’aspetto storico e sociale in cui questa storia si è svolta rafforza il messaggio più intimo che l’alpinismo insegna: la conquista non è la vetta, non è un percorso che possiamo organizzare nel dettaglio arrivando alla certezza della vittoria. La vetta è la conquista della propria anima, è la comprensione di noi stessi, di quello che veramente vogliamo e possiamo. La comprensione della psicologia dei protagonisti è il successo di questo film.

 

mymovies.it

Gli Orari:

Giovedì 27 Aprile 21:30

Il Trailer:

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Everest, un film Baltasar Kormákur

Ispirato da una serie di incredibili eventi accaduti durante una pericolosa spedizione volta a raggiungere la vetta della montagna più alta del mondo, EVEREST documenta le avversità del viaggio di due diverse spedizioni sfidate oltre i loro limiti da una delle più feroci tempeste di neve mai affrontate dall’uomo. Il loro coraggio sarà messo a dura prova dal più crudele dei quattro elementi, gli scalatori dovranno fronteggiare ostacoli al limite dell’impossibile come l’ossessione di una vita intera che si trasforma in una lotta mozzafiato per la sopravvivenza.

IN COLLABORAZIONE CON CAI PONTEDERA

Letterale, come il suo titolo, Everest, nome carico di suggestioni e dell’idea stessa del limite, dell’estremo. Il film di Baltazar Kormákur, che racconta la vera storia di una disastrosa spedizione sulla vetta più alta del mondo, costata la vita a otto persone, avvenuta nel 1996 e raccontata da un testimone oculare come il giornalista Jon Krakauer (lo stesso che ha raccontato la storia di Christopher McCandle diventata Into the Wild), è letterale. Quasi felicemente cronachistico. Nel film dell’islandese le metafore stanno a zero, e quello che vedi è quello che è (stato): non ci sono tirate para-herzoghiane sulla sfida dell’Uomo alla Natura, né quelle post-capitaliste che avrebbero potuto puntare indici accusatori sulla cosiddetta “commercializzazione” della montagna più alta del mondo: la spedizione di Everest, infatti, era una di quelle organizzate da società specializzate nel guidare ogni anno esperti alpinisti fino alla vetta, ovviamente a pagamento; e lo stesso Rob Hall – protagonista del film, interpretato da Jason Clarke – è stato uno dei primi a inventarsi questo nuovo sistema per generare profitto attraverso la passione per la montagna. Ma Kormákur, dicevamo, non è interessato al superomismo romantico, o all’idealismo politico-economico: a lui basta raccontare una storia, tratteggiare dei personaggi, inquadrare panorami grandiosi; e non pensate sia poco. Il suo è un film fieramente classico, un racconto d’avventura e umanità di quelli che Hollywood produceva tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, un catastrofico senza troppe catastrofi se non quella di un errore umano costato caro a chi l’ha commesso e di una variabile meteorologica che chiunque vada per montagne sa di dover mettere in conto. Nemmeno dalla passione idealistica per l’alpinismo, l’islandese si fa contagiare troppo: la retorica sul “perché” di un istinto come quello di chi scala vette tanto estreme viene anche evocata, ma rimane sullo sfondo delle dinamiche e dei meccanismi pratici: quelli del gruppo, della spedizione, dell’alpinismo. Everest diventa allora, se volete, anche un film sull’agire dell’uomo in società: una società ristretta come quella di un gruppo di persone alla conquista della cima più alta del mondo, ma pur sempre una società fatta di legami, interdipendenze, collaborazioni e momenti di piccolo o grande egoismo. Sul prezzo pagato dagli altri per i nostri errori, e viceversa. Sulle grandi conquiste e i piccoli ma fondamentali momenti di generosità che quelle conquiste permettono e che vite salvano. Ma, dato che la montagna è anche silenzio, asprezza, essenzialità, Everest evita le selve della retorica o la svenevolezza balneare, lasciando che i sentimenti rimangano trattenuti e rocciosi, e le lacrime non siano fiumi in piena ma rivoli appena accennati, provenienti da stalattiti di ghiaccio che si sciolgono lentamente. Col supporto indispensabile di un cast nutrito e solidissimo, Kormákur cerca e trova l’equilibrio tra magniloquenza scenografica, grandiosità del gesto e fragilità dei sentimenti, raccogliendo i frutti del suo lavoro suscitando la composta commozione derivante da un amore mai urlato e da un nome di bambina che vuol dire futuro.

Gli orari:

 

martedì 23 marzo ore 21:30

Il trailer:

 

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La Pelle dell’orso

La pelle dell'orso

Ambientato negli anni Cinquanta, il racconto segue la storia di Domenico e di suo padre Pietro che, per sbarcare il lunario, accetta una pericolosa scommessa con il suo datore di lavoro: uccidere l’orso che minaccia il piccolo paese nelle Dolomiti dove abitano. I due partono, e un chilometro dopo l’altro la distanza che li separa, a livello umano più che geografico, si fa sempre più sottile.

Non è un film perfetto, La pelle dell’orso, né esente da piccole rigidità e qualche squilibrio. Ma è un piccolo esordio coraggioso e sincero, che fa delle sue radici territoriali – così lontane dal mondo troppo spesso chiuso e autoreferenziale del cinema romano – il suo punto di forza. Si parte da un romanzo, quello omonimo scritto da Matteo Righetti, lo si anticipa di un decennio e lo si riscrive per immagini con uno stile che non fa sembrare la dedica a Carlo Mazzacurati solo una questione di padovanità, e con protagonista un Marco Paolini all’opposto del loquace cantastorie che conosciamo dal teatro.Si arriva a un racconto non solo fuori dalle traiettorie abituali del nostro cinema, ma anche dal tempo: volutamente antico, archetipico, e per questo universale ed eterno.Un uomo che ha imparato a convivere col gusto amaro della sconfitta; un figlio che lo guarda pieno di speranza e di delusione; un orso chiamato “Il diavolo” da cacciare che è al tempo stesso opportunità di riscatto (piccolo, magari, ma pur sempre tale) e di un’avventura che sarà collante e formazione per l’uomo più grande e per quello che si sta facendo. Persone, azioni, poche parole, nella cornice maestosa della natura, dei monti e dei boschi delle Dolomiti che l’esordiente Marco Segato utilizza come nei western si utilizzavano le sierre, i deserti, le Grandi Montagne Rocciose.Un western, appunto, quello di Segato, per ambienti e caratterizzazioni: un film che si sottrae ai canoni dominanti nel tratteggiare un percorso di crescita, che racconta di luoghi e personaggi aspri e politicamente scorretti, ma capaci di uno spessore e una solidità che oggi sono sempre più rare.Il Pietro che Paolini interpreta con una ruvida e laconica intensità è un personaggio che non riconosce più il suo mondo, che sente l’odore di cambiamenti ai quali non si potrà mai adeguare, che trascina il peso dei suoi errori ma tenendo sempre la schiena dritta.Come Pietro, La pelle dell’orso è un film dalla morale profonda e radicata, e dalla grande dignità, anche nell’errore. Un film felicemente fuori moda, portatore di istanze antiche e tutte da recuperare: quelle dell’attesa, dell’ascolto, di un’avventura e di una ricerca lontani dal clamore e dall’attenzione altrui che è prima di tutto quella dentro di sé.

Federico Gironi – coming soon.it

Gli orari:

giovedì 23 febbraio ore 21:30

 

Il trailer:

 

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Proiezioni in vetta

Siamo lieti di presentare Proiezioni in vetta la rassegna cinematografica curata dal Cineclub Agorà e dal CAI di Pontedera.

Di seguito vi presentiamo i film in programma e le relative date.

Programmazione 01 febbraio – 30 marzoGIOVEDÌ 23 FEBBRAIO ORE 21:30

LA PELLE DELL’ORSO

UN FILM di Marco Segato.
CON Marco Paolini, Leonardo Mason, Lucia Mascino, Paolo Pierobon, Maria Paiato, Mirko Artuso
GENERE Drammatico DURATA 92 Min. Italia 2016.  Parthénos

TRAMA: Ambientato negli anni Cinquanta, il racconto segue la storia di Domenico e di suo padre Pietro che, per sbarcare il lunario, accetta una pericolosa scommessa con il suo datore di lavoro: uccidere l’orso che minaccia il piccolo paese nelle Dolomiti dove abitano. I due partono, e un chilometro dopo l’altro la distanza che li separa, a livello umano più che geografico, si fa sempre più sottile.

 

everest Programmazione 01 febbraio – 30 marzo cai pontedera proiezioni in vetta

GIOVEDÌ 23 MARZO ORE 21:30

EVEREST

UN FILM di Baltasar Kormákur.
CON Josh Brolin, Jason Clarke, John Hawkes, Robin Wright, Emily Watson.
GENERE Drammatico, durata 121 min. – USA 2015. – Universal Pictures

TRAMA: Ispirato da una serie di incredibili eventi accaduti durante una pericolosa spedizione volta a raggiungere la vetta della montagna più alta del mondo, EVEREST documenta le avversità del viaggio di due diverse spedizioni sfidate oltre i loro limiti da una delle più feroci tempeste di neve mai affrontate dall’uomo. Il loro coraggio sarà messo a dura prova dal più crudele dei quattro elementi, gli scalatori dovranno fronteggiare ostacoli al limite dell’impossibile come l’ossessione di una vita intera che si trasforma in una lotta mozzafiato per la sopravvivenza.

 

cai pontedera proiezioni in vetta nanga parbat

GIOVEDÌ 27 APRILE ORE 21:30

NANGA PARBAT

UN FILM di Joseph Vilsmaier
CON
Florian Stetter, Andreas Tobias, Karl Markovics, Steffen Schroeder, Jule Ronstedt
GENERE Drammatico, durata 104 min. – Germania 2010

TRAMA: Il film racconta della spedizione tedesca del 1970 al Nanga Parbat, durante la quale i fratelli altoatesini Reinhold e Günther Messner riuscirono a conquistare la vetta salendo per la prima volta dal versante meridionale, lungo l’inviolata parete Rupal, in stile alpino e senza l’ausilio dell’ossigeno.

 

cai pontedera proiezioni in vetta the north face

GIOVEDÌ 18 MAGGIO ORE 21:30

THE NORTH FACE

UN FILM di Philipp Stölzl.
CON 
Benno Fürmann, Johanna Wokalek, Florian Lukas, Simon Schwarz, Georg Friedrich.
GENERE Drammatico, durata 126 min. – Germania, Svizzera, Austria 2008. – Archibald Enterprise

TRAMA: Alpi bernesi, estate del 1936. Toni Kurz e Andreas Hinterstoisser sono fermamente decisi a scalare la parete nord dell’Eiger che è già costata la vita ad altri alpinisti. Se vi riuscissero i due uomini non sarebbero solo osannati come eroi del Terzo Reich ma guadagnerebbero anche una medaglia d’oro. Il 1936 era l’anno delle Olimpiadi berlinesi e il regime nazista decise che avrebbe assegnato una medaglia d’oro olimpica agli scalatori tedeschi che avessero vinto quell’anno la parete nord dell’Eiger. Le loro gesta vengono osservate da un gruppo di giornalisti che comprende anche Luise, l’ex fidanzata di Toni, giunta sul posto con Arau, un suo collega fedele nazionalsocialista

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