AMARCORD, un film di Federico Fellini

amarcord

Amarcord, in dialetto romagnolo, vuol dire “mi ricordo” e il regista ricorda gli anni della sua infanzia, gli anni Trenta, al suo paese. Passano dunque i miti, i valori, il quotidiano di quel tempo: le parate fasciste, la scuola, la ragazza “che va con tutti”, la prostituta sentimentale, la visita dell’emiro dalle cento mogli, lo zio perdigiorno che si fa mantenere…

Esattamente vent’anni dopo avere raccontato la storia di una fuga dalla provincia in I vitelloni, l’autore ritorna in quel piccolo mondo, ricostruendo gli ambienti della sua adolescenza a Cinecittà e a Ostia. La famiglia che vediamo rievocata nel film è quella dell’amico d’infanzia Titta Benzi e intorno a lui pullula un’umanità descritta con tinte sanguigne e linee grottesche (soprattutto i rappresentanti delle istituzioni, il clero e i gerarchi fascisti), con tenera sensualità (Gradisca) e un’ironia al tempo stesso affettuosa e graffiante. La vitalità delle figure che popolano il film (compresa l’emarginata ninfomane Volpina) cela una sotterranea, profonda malinconia. Il piccolo borgo romagnolo degli anni Trenta riassume una delle più penetranti immagini dell’Italia secondo Fellini: un piccolo mondo immaturo e conformista, succube di un regime becero e mistificatore, o tristemente impotente di fronte alle sue violenze.

RICORDI DAL SET

Telefonate su telefonate per avermi in Amarcord! Però io ero riluttante. Lui che diceva: “Vieni, ti troverai come in famiglia!”. Il provino viene un incanto. Rincaso in fretta perché avevo fatto tutto di nascosto da mio marito, che era contrario. Federico mi accompagna fino alle scale di Cinecittà. Mi decido a raccontarlo a mio marito. Apriti cielo, un casino! Non voleva e non voleva… Persino una mia amica intercede per me, io ci tenevo a quel film, dopotutto avevo avuto tanta cattiva stampa per anni, con la storia del processo, delle decine di cause, anche se non c’entravo per niente, quell’immagine mi rimaneva appiccicata addosso… Non ci fu nulla da fare. Mio marito disse che mi amava troppo per rischiare di perdermi, che ce l’aveva messa tutta per staccarmi da quel mondo e non concepiva che mi ci riavvicinassi… Dovetti telefonare a Fellini e dirgli che non potevo fare il film. Lui mi inviò cento rose rosse con un biglietto affettuoso e disperato…

(Sandra Milo)

Gli orari:

giovedì 16 marzo ore 16:30 – 21:30

 

Il trailer:

 

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Sherlock Jr. vs Il Monello, 105 minuti di risate con Buster Keaton e Charlie Chaplin

sherlock jr. vs il monello

 

Sherlock Jr. vs Il Monello, 105 minuti di risate con i maestri della risata Buster Keaton e Charlie Chaplin

Nuovo appuntamento della Rassegna “Il Cinema Ritrovato” in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna.

“ Sherlock Jr.” (1925), meglio noto in Italia con il titolo “La palla n. 13”, una delle opere più importanti di Buster Keaton. Buster è un appassionato lettore di gialli che lavora come proiezionista in un cinema. Un giorno un rivale in amore ruba l’orologio al padre della donna di cui Buster è innamorato, facendo ricadere la colpa su di lui. Buster, tornato nella sua cabina di proiezione, si addormenta e sogna di entrare nel film nei panni di Sherlock Holmes Jr. risolvendo il complicato caso di furto e salvando la protagonista dei banditi. Finché viene svegliato dalla ragazza…

“Il monello” (1921), capolavoro assoluto di Charlie Chaplin. Una giovane donna, abbandonata dal padre del suo bambino, abbandona il piccolo in una lussuosa automobile sperando che una persona ricca e generosa si prenda cura di lui. Ma la vettura viene rubata, e il bambino viene di nuovo abbandonato in un quartiere poverissimo. Lì lo trova il Vagabondo, che decide di tenerlo con sé. Passano gli anni e tutto va per il meglio: qualcosina da mangiare non manca mai e il bambino, divenuto un Monello, “aiuta” nel lavoro il padre adottivo rompendo le finestre a sassate in modo che il Vagabondo possa poi presentarsi, come per caso, a offrire ai proprietari i suoi servigi di vetraio improvvisato. Ma ben presto cominciano i guai…

Sherlock jr: Il film Segna l’inizio di un acceso dibattito, che continua ancora oggi, sul carattere surrealista dei film di Buster Keaton, al quale hanno preso parte registi, filosofi e drammaturghi. Nel 1924, anno di uscita del film, René Clair scrisse che per il “pubblico surrealista” Sherlock jr. rappresentava un modello paragonabile a ciò che per il teatro aveva rappresentato “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello. L’uso che Keaton faceva del sogno e dei raccordi – di cui andò sempre molto fiero – fu definito rivoluzionario da Antonin Artaud e Robert Aron, che nel suo saggio del 1929 intitolato “Films de révolte” sottolineò come il surrealismo di Keaton fosse “superiore” a quello di Man Ray e di Luis Buñuel, poiché Keaton era riuscito a conquistare la libertà espressiva rispettando le regole del cinema narrativo. Lo stesso Buñuel, che dagli inizi del 1930 programmò i film di Keaton al Cineclub español de Madrid, ne ammirava in particolare l’assenza di sentimentalismo, la capacità di trasformare gli oggetti e l’uso del sogno. Negli anni sessanta, quando i suoi film tornarono in sala, il surrealismo di Keaton fu nuovamente oggetto di considerazione critica: se il regista greco Ado Kyrou definì Sherlock jr. “uno dei sogni più belli della storia del cinema”, il regista, critico e drammaturgo surrealista Robert Benayoun spinse ben oltre i parallelismi tra l’opera di Keaton e il surrealismo. In due articoli pubblicati nel 1966 su “Positif”, Benayoun indica alcune questioni estetiche che accomunano Keaton all’opera di René Magritte E Salvador Dalí, ai film di Luis Buñuel e ai quadri e alle sculture di Marcel Duchamp, Giorgio De Chirico E Francis Picabia. Secondo Benayoun, Keaton condivide inconsciamente con questi artisti l’interesse per il ‘meccanico’ e l’imperturbabile equilibrio tra “serietà e comicità”. Ovviamente nelle interviste Keaton si diceva interessato “solo a far ridere”, ma – come osserva Walter Kerr – questo non lo rende un teorico del cinema meno brillante, soprattutto in Sherlock jr. : “nel suo vertiginoso film-dentro-un-film illustra i principi della continuità e del montaggio in maniera più vivida e precisa di quanto siano mai riusciti a fare i teorici del cinema. Ma l’analisi non sta nella testa di Keaton. Sta nel film, è al film che lavorava, e la teoria prendeva forma dal corpo, dalla macchina da presa, dalle dita, da un paio di forbici”.

“Il monello”: Novantatre anni e non sentirli. Il monello, diretto e interpretato nel lontano 1921 da Charlie Chaplin nelle tipiche vesti di Charlot, sembra sfuggire al peso dell’età. E noi non smettiamo di guardarlo. Come tutti i film di Chaplin si tratta di una pellicola fatta di povertà e ricchezza. Poveri sono l’allestimento scenico, la fotografia e l’illuminazione. La vicenda, che pure si fa forte di un’intima consistenza, è tutta incentrata sulla recitazione straordinariamente inventiva di Chaplin. In una parola: semplicità, che rende la pellicola non sempre brillante dal punto di vista figurativo. Eppure Il monello è un grande film. Non risiederà forse anche in questa stessa semplicità, allora, la forza e l’attualità del Monello? Semplicità, almeno in questo caso, non implica banalità, ma icasticità e linearità limpida. E poi il ritmo è coinvolgente (molto più che nella maggior parte dei film di oggi) e le parti della narrazione vivono in notevole equilibrio, conferendo così grande compattezza all’insieme. Personalmente ritengo la scena del “lavoro” particolarmente azzeccata, ma anche il primo movimentato incontro tra Charlot e il pargoletto abbandonato e le numerose scene domestiche non sono da meno; e come dimenticare l’incontro di boxe tra i due bambini – dove il nostro, piccoletto, le dà di santa ragione e l’altro le busca alla grande – anticipatore della scena del ring di Luci della città? -. Infine, nonostante la vicenda si risolva tutto sommato abbastanza felicemente, non manca quel retrogusto amaro che resta tipicamente in bocca al termine dei film di Chaplin. Il monello ha (ri)trovato la mamma ma ha perso papà Charlot (almeno in tali vesti, stracciate ma irresistibili), e noi lo sappiamo.

Gli orari:

Giovedì 12 gennaio ore 16:30 – 21:30

Giovedì 19 gennaio ore 16:30 – 21:30

Il trailer:

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