INCONTRO CON MANOLO 18 MAGGIO

INCONTRO CON MANOLO

Sabato 18 maggio alle ore 17.30

Arci Valdera, Cai sezione di Pontedera e cineclub Agorà di Pontedera ospiteranno Manolo, Maurizio Zanolla e le sue visioni a cielo aperto. Interverranno Giovanni Cavallini del CAI- sezione di Pontedera e Maria Chiara Panesi dell’Arci Valdera.
Sabato 18 Maggio alle 17:30 presentazione del libro “Eravamo immortali”, non perdetevelo!

Ingresso gratuito

Buone visioni al Circolo Cinematografico Agorà

North Face, un film di Philipp Stölzl

910

Durante l’estate del 1936, Toni Kurz (Benno Fürmann) e Andi Hinterstoisser (Florian Lukas), due militari bavaresi, decidono di lanciarsi all’assalto della parete nord dell’Eiger, nella più pura tradizione dell’alpinismo tedesco. Considerata una delle scalate più difficili del massiccio alpino, questa leggendaria e tragica ascensione sarà seguita da diversi giornalisti, tra cui la compagna di Toni, che lavora per una rivista tedesca. Goebbels del resto non esiterà a trasformare i due alpinisti in eroi del Terzo Reich, nonostante nessuno dei due fosse membro del partito nazionalsocialista.

La scalata della “parete nord” coinvolge anche altre coppie d’alpinisti: in palio, c’è la vittoria d’una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Il film ha un montaggio molto emozionante, giocato continuamente sugli stacchi fra le inquadrature della montagna e del vuoto sottostante. Ciò vale soprattutto quando la scalata degli alpinisti diventa tragicamente impossibile. La visualizzazione della bufera di neve e delle valanghe tiene gli spettatori incollati allo schermo: la stessa tregua del bivacco è immediatamente pericolosa. In linea generale, North face diventa esteticamente più interessante quando noi percepiamo la “freddezza” della montagna. Agli albori dell’alpinismo, le arrampicate si risolvevano in tempi molto lunghi. Secondo le previsioni dei giornalisti, la cima dell’Eiger (alto circa 3800 metri) si poteva raggiungere in 3 o 4 giorni. Un tempo lento, che richiedeva la “freddezza… della pazienza”. La montagna appare simbolicamente molto più fredda di quanto lo sia naturalmente, noi guardiamo all’alta montagna in modo poco materialistico. Essa ci suggestiona astrattamente la possibilità di raggiungere il divino. Il filosofo Tomatis ha ricordato che in lingua assira l’espressione comune per morire era “aggrapparsi alla montagna”. Il vero alpinista pare chi “fluttua” fra le rocce: senza avvinghiarsi, bensì modellandosi a quelle. Ma scalare significa imparare che la vita di continuo “schiva” la morte. L’arrampicata ci aiuta a capire il legame dialettico fra l’essere ed il nulla. Una consapevolezza del tutto “fredda”, per così dire. Anche per questo, l’inizio eccessivamente “movimentato” del film (come se le immagini si montassero dalle diapositive…) sembra in contraddizione con la “calma spirituale” della cima montuosa. Nel film, ricordiamo che i due alpinisti tedeschi soccorrono la coppia austriaca in gara. Hitler aveva annesso Vienna a Berlino, ma il film rinuncia a descriversi più politicamente. Il soccorrimento dei tedeschi è un gesto universalizzante, mentre la particolarità del nazismo si sfiora soltanto.

 

Paolo Meneghetti

Gli Orari:

Giovedì 18 maggio ore 21:30

 

Il Trailer:

 

Buone visioni al Circolo Cinematografico Agorà

Nanga Parbat, un film di Joseph Vilsmaier

184708417-c6fd2055-3042-49bc-b332-3d5884be0082

La ricostruzione della drammatica vicenda occorsa a Reinhold Messner, il celebre alpinista altoatesino, quando nel 1970, dopo la conquista in Pakistan del Nanga Parbat, la nona cima del mondo, perse il fratello Gunther che era con lui, travolto da una valanga, e dovette abbandonarne il corpo, venendo poi ingiustamente accusato di averlo sacrificato pur di raggiungere la vetta…

Monaco 24 settembre 1970 ore 20. Il dott. Karl Maria Herrlingkoffer sta tenendo una conferenza stampa. La sua spedizione tre mesi prima ha conquistato la vetta del Nanga Parbat. È la terza volta che questo accade ma è la prima volta che viene risalito il versante meridionale lungo l’inviolata, fino ad allora, parete Rupal. All’improvviso irrompe nella sala Reinold Messner. Avanza sorreggendosi alle stampelle. È il silenzio. Herrlingkoffer, scosso dalla inaspettata presenza, prosegue la conferenza visibilmente innervosito. Dà notizia della terribile tragedia che si è consumata durante la spedizione. Uno dei due fratelli Messner, il giovane Günther, è rimasto vittima a dir suo della irresponsabilità del fratello maggiore. Messner urla la sua innocenza ed incomincia a raccontare la sua versione di quanto è accaduto. La ricostruzione della vicenda è molto dettagliata, lo stesso Reinold Messner nella realtà ha collaborato alla stesura della sceneggiatura. Il suo punto di vista è essenziale per la comprensione di ciò che realmente è accaduto. Il film viene così impreziosito anche da aneddoti importanti che ci raccontano l’infanzia e la crescita dell’uomo e dell’alpinista. Il regita Joseph Vilsmaier affonda efficacemente il suo sguardo dentro personaggi carismatici e dalla grande personalità alla ricerca dei loro difetti e dei loro limiti. Non potrebbe fare diversamente per rendere al meglio il suo obbiettivo: celebrare l’alpinismo ed uno dei suoi più importanti padri fondatori. L’aspetto storico e sociale in cui questa storia si è svolta rafforza il messaggio più intimo che l’alpinismo insegna: la conquista non è la vetta, non è un percorso che possiamo organizzare nel dettaglio arrivando alla certezza della vittoria. La vetta è la conquista della propria anima, è la comprensione di noi stessi, di quello che veramente vogliamo e possiamo. La comprensione della psicologia dei protagonisti è il successo di questo film.

 

mymovies.it

Gli Orari:

Giovedì 27 Aprile 21:30

Il Trailer:

Buone visioni al Circolo Cinematografico Agorà
Clicca qui per vedere la nostra programmazione attuale

La Pelle dell’orso

La pelle dell'orso

Ambientato negli anni Cinquanta, il racconto segue la storia di Domenico e di suo padre Pietro che, per sbarcare il lunario, accetta una pericolosa scommessa con il suo datore di lavoro: uccidere l’orso che minaccia il piccolo paese nelle Dolomiti dove abitano. I due partono, e un chilometro dopo l’altro la distanza che li separa, a livello umano più che geografico, si fa sempre più sottile.

Non è un film perfetto, La pelle dell’orso, né esente da piccole rigidità e qualche squilibrio. Ma è un piccolo esordio coraggioso e sincero, che fa delle sue radici territoriali – così lontane dal mondo troppo spesso chiuso e autoreferenziale del cinema romano – il suo punto di forza. Si parte da un romanzo, quello omonimo scritto da Matteo Righetti, lo si anticipa di un decennio e lo si riscrive per immagini con uno stile che non fa sembrare la dedica a Carlo Mazzacurati solo una questione di padovanità, e con protagonista un Marco Paolini all’opposto del loquace cantastorie che conosciamo dal teatro.Si arriva a un racconto non solo fuori dalle traiettorie abituali del nostro cinema, ma anche dal tempo: volutamente antico, archetipico, e per questo universale ed eterno.Un uomo che ha imparato a convivere col gusto amaro della sconfitta; un figlio che lo guarda pieno di speranza e di delusione; un orso chiamato “Il diavolo” da cacciare che è al tempo stesso opportunità di riscatto (piccolo, magari, ma pur sempre tale) e di un’avventura che sarà collante e formazione per l’uomo più grande e per quello che si sta facendo. Persone, azioni, poche parole, nella cornice maestosa della natura, dei monti e dei boschi delle Dolomiti che l’esordiente Marco Segato utilizza come nei western si utilizzavano le sierre, i deserti, le Grandi Montagne Rocciose.Un western, appunto, quello di Segato, per ambienti e caratterizzazioni: un film che si sottrae ai canoni dominanti nel tratteggiare un percorso di crescita, che racconta di luoghi e personaggi aspri e politicamente scorretti, ma capaci di uno spessore e una solidità che oggi sono sempre più rare.Il Pietro che Paolini interpreta con una ruvida e laconica intensità è un personaggio che non riconosce più il suo mondo, che sente l’odore di cambiamenti ai quali non si potrà mai adeguare, che trascina il peso dei suoi errori ma tenendo sempre la schiena dritta.Come Pietro, La pelle dell’orso è un film dalla morale profonda e radicata, e dalla grande dignità, anche nell’errore. Un film felicemente fuori moda, portatore di istanze antiche e tutte da recuperare: quelle dell’attesa, dell’ascolto, di un’avventura e di una ricerca lontani dal clamore e dall’attenzione altrui che è prima di tutto quella dentro di sé.

Federico Gironi – coming soon.it

Gli orari:

giovedì 23 febbraio ore 21:30

 

Il trailer:

 

se vuoi vedere la programmazione completa clicca qui