Il Mago di Oz, un film di Victor Flaming

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La grande protagonista de “Il Mago di Oz” è Dorothy, una bambina che vive nelle grandi praterie del Kansas in una piccola fattoria insieme agli zii e al suo fedele cagnolino Totò. Un giorno un ciclone potentissimo trascina via la casetta con la bambina e il cane, catapultandoli nel Regno di Oz, un mondo magico popolato da bizzarre creature, e costituito da quattro regni: quelli dell’Est e dell’Ovest controllati da due Streghe Malvagie, e quelli del Nord e del Sud governati da due Streghe Buone. Da quel momento inizia un lungo viaggio per Dorothy e il suo cagnolino, guidato dal forte desiderio di trovare il modo per ritornare nella sua terra e di raggiungere la Città di Smeraldi dove vive il Grande Mago Oz, l’unico a poter rivelare il segreto di un possibile ritorno.

Prodotto e distribuito dalla Metro Goldwin Meyer, il film di Victor Fleming condivide lo stesso anno di nascita, lo stesso regista e lo stesso gigantismo produttivo di un altro grande film della storia del cinema: Via col vento. E i legami con quell’opera non finiscono qui, entrambi infatti rappresentano uno degli esempi più spettacolari e innovativi dell’uso del Technicolor, entrambi videro coinvolto nelle riprese anche un altro regista, George Cukor, non accreditato (alle riprese del Mago di Oz diede un contributo importantissimo anche il grande grande regista King Vidor). Entrambi i film sono poi stati tratti da due classici della letteratura, due libri amatissimi che non era affatto facile riportare sul grande schermo. Il Mago di Oz è soprattutto una grande rappresentazione della società americana, un elemento che sfugge ad una prima lettura ma che invece Fleming è riuscito a cogliere benissimo. Ad ogni spostamento Dorothy e i suoi amici visitano luoghi che ripropongono perfettamente la varietà paesaggistica e culturale degli Stati Uniti. In un certo senso potremmo dire perciò che Il mago di Oz rappresenta uno dei primi racconti on the road della storia della narrativa americana. L’America rurale del Kansas, la Terra dei sogni dove tutto è possibile, Hollywood, il nord industriale rappresentato dall’uomo di latta. Muovendo da questo presupposto, il film propone in maniera molto evidente il passaggio, già proprio del libro, dalla condizione di realtà allo stato onirico, un passaggio che è proprio anche specificatamente dell’esperienza spettatoriale e che rende tutta la trasposizione cinematografica de Il Mago di Oz una grande opera metatestuale, che riflette su se stessa, sui propri meccanismi, sul linguaggio cinematografico come mezzo capace di dire tanto quanto la letteratura ma in maniera diversa e secondo dei codici specifici che gli sono propri. Il film è poi entrato con tale forza e con tale profondità nell’immaginario infantile da configurarsi nel tempo come sorta di grande terreno tematico e formale, un terrreno che negli anni è stato attraversato da tanti grandi registi, da David Lynch a Martin Scorsese. Nei loro film, Oz rivive sia come semplice citazione che come messa in forma di quel sogno americano destinato inesorabilmente a scontrarsi con la realtà. Dai vari sequel ai programmi televisivi, dai cartoni animati alle pubblicità, dalle citazioni ai rifacimenti, la favola è diventata qualcos’altro, un luogo in cui anche gli adulti sono voluti tornare per porsi nuovi interrogativi e tentare di ipotizzare nuove risposte.
Di tale corrispondenza non esiste traccia nel libro, si tratta di una felicissima intuizione della sceneggiatura, che riesce a dare maggior coerenza alla trama e coesione tra la parte in Kansas e quella ad OZ, che in tal modo assume tutte le caratteristiche del viaggio come metafora del processo di maturazione che porta Dorothy dal rifiuto iniziale della sua vita, alla consapevolezza che “nessun posto è come casa”. I numeri musicali sono semplicemente straordinari: “Somewhere Over the Rainbow” stilisticamente fa storia a sé, è quasi un corpo estraneo rispetto al resto della colonna sonora. Curiosamente è il pezzo che valse l’Oscar e che si è svincolato negli anni dalla sua origine per diventare uno dei più grandi classici della musica leggera e un inno all’utopia di un mondo migliore. Il resto della colonna sonora è un allegro ed indovinato insieme di filastrocche dalla melodia accattivante e dai testi basati su rime nonsense spesso riuscitissime, un continuo reprise di temi legati a situazioni e personaggi. Il risultato finale segnò definitivamente il passaggio, nella tradizione dei film musicali, dai classici di Fred Astaire ai movimentati e colorati salti di Gene Kelly e della generazione d’oro del musical hollywoodiano: le coreografie de “Il Mago di Oz” si discostano nettamente dagli eleganti volteggi di Ginger e Fred, per adattarsi alle stravaganze psicofisiche dei vari personaggi, dai piccoli Munchkins allo Spaventapasseri di Ray Bolger, che sembra davvero non avere ossa. Altra trovata geniale del film, l’utilizzo del colore, anzi del Technicolor. Le sequenze in Kansas vennero girate in “sepia tone”, per accentuare lo sconsolante grigiore della vita di Dorothy, mentre, una volta ad OZ, il colore invade ogni angolo dello schermo, e tutto viene giocato su colori saturi e intensi: le scarpette rosse, il sentiero dorato, il verde smeraldo della città e quello acido della pelle della strega. Tutto meravigliosamente irreale eppure tutto incredibilmente sensato e coerente.
Una curiosa teoria sostiene, ad esempio, che l’album “The Dark Side of The Moon” dei Pink Floyd possa essere utilizzato come colonna sonora alternativa al film, “sincronizzando” opportunamente i due lavori. Più realisticamente, però, non è difficile, ad esempio, scorgere nei protagonisti di “Star Wars” echi dei personaggi principali de “Il Mago di OZ”; debitori “ufficiali” al film invece spaziano dallo pseudo-seguito prodotto negli anni ottanta dalla Disney Pictures all’episodio della quinta stagione di “Scrubs” ispirato al film, con la tipica geniale ironia della serie, e “Wicked”, il romanzo sulla vita della strega dell’Ovest, che getta luce sui trascorsi della strega prima che ad OZ cominciassero a cadere case dal cielo, e che è diventato anche un musical di successo. Ognuna di queste opere deve sicuramente al film molto più di quanto debba al libro, segno che, nonostante la sua importanza, l’originale stavolta deve inchinarsi davanti alla sua immortale riproduzione cinematografica.

Cooming soon.it

Gli orari:

giovedì 22 dicembre ore 16:30 – 21:30

giovedì 29 dicembre ore 16:30 – 21:30

Il trailer:

Buone visioni al Circolo Cinematografico Agorà
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Un padre una figlia, un film di Cristian Mungiu

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Ha conquistato la Palma d’Oro per la Miglior Regia all’ultimo Festival di Cannes Un padre, una figlia,  il nuovo lavoro del regista rumeno Cristian Mungiu.

Romeo Aldea è medico in una piccola cittadina della Transilvania e padre di Elisa, l’amatissima figlia ad un passo dal diploma. Dopo il diploma tanti sogni che stanno trovando concretezza grazie ad una borsa di studi per una facoltà di psicologia in Gran Bretagna. Ma il giorno prima dell’esame Elisa è vittima di un’aggressione che la turba profondamente mettendo a rischio la partenza ed il percorso costruito con fatica. Fino a che punto può arrivare un padre per non veder vanificare un sogno? Un padre, una figlia parla di principi e di compromessi, di decisioni, scelte, educazione e anche di famiglia.

“E’ la storia di un padre che si domanda cosa sia meglio per sua figlia, se sua figlia debba imparara a sopravvivere nel mondo reale o se debba lottare per essere sempre onesta cercando di cambiare il mondo” racconta il regista Cristian Mungiu.

Gli orari:

Venerdì 30 settembre 21:30
Sabato 1 ottobre 20:00 22:30
Domenica 2 ottobre 15:00 17:30 20:00 22:30
Martedì 4 ottobre 21:30

Il trailer del film

 

 

Buone visioni al Circolo Cinematografico Agorà