North Face, un film di Philipp Stölzl

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Durante l’estate del 1936, Toni Kurz (Benno Fürmann) e Andi Hinterstoisser (Florian Lukas), due militari bavaresi, decidono di lanciarsi all’assalto della parete nord dell’Eiger, nella più pura tradizione dell’alpinismo tedesco. Considerata una delle scalate più difficili del massiccio alpino, questa leggendaria e tragica ascensione sarà seguita da diversi giornalisti, tra cui la compagna di Toni, che lavora per una rivista tedesca. Goebbels del resto non esiterà a trasformare i due alpinisti in eroi del Terzo Reich, nonostante nessuno dei due fosse membro del partito nazionalsocialista.

La scalata della “parete nord” coinvolge anche altre coppie d’alpinisti: in palio, c’è la vittoria d’una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Il film ha un montaggio molto emozionante, giocato continuamente sugli stacchi fra le inquadrature della montagna e del vuoto sottostante. Ciò vale soprattutto quando la scalata degli alpinisti diventa tragicamente impossibile. La visualizzazione della bufera di neve e delle valanghe tiene gli spettatori incollati allo schermo: la stessa tregua del bivacco è immediatamente pericolosa. In linea generale, North face diventa esteticamente più interessante quando noi percepiamo la “freddezza” della montagna. Agli albori dell’alpinismo, le arrampicate si risolvevano in tempi molto lunghi. Secondo le previsioni dei giornalisti, la cima dell’Eiger (alto circa 3800 metri) si poteva raggiungere in 3 o 4 giorni. Un tempo lento, che richiedeva la “freddezza… della pazienza”. La montagna appare simbolicamente molto più fredda di quanto lo sia naturalmente, noi guardiamo all’alta montagna in modo poco materialistico. Essa ci suggestiona astrattamente la possibilità di raggiungere il divino. Il filosofo Tomatis ha ricordato che in lingua assira l’espressione comune per morire era “aggrapparsi alla montagna”. Il vero alpinista pare chi “fluttua” fra le rocce: senza avvinghiarsi, bensì modellandosi a quelle. Ma scalare significa imparare che la vita di continuo “schiva” la morte. L’arrampicata ci aiuta a capire il legame dialettico fra l’essere ed il nulla. Una consapevolezza del tutto “fredda”, per così dire. Anche per questo, l’inizio eccessivamente “movimentato” del film (come se le immagini si montassero dalle diapositive…) sembra in contraddizione con la “calma spirituale” della cima montuosa. Nel film, ricordiamo che i due alpinisti tedeschi soccorrono la coppia austriaca in gara. Hitler aveva annesso Vienna a Berlino, ma il film rinuncia a descriversi più politicamente. Il soccorrimento dei tedeschi è un gesto universalizzante, mentre la particolarità del nazismo si sfiora soltanto.

 

Paolo Meneghetti

Gli Orari:

Giovedì 18 maggio ore 21:30

 

Il Trailer:

 

Buone visioni al Circolo Cinematografico Agorà

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