S is for Stanley, un film di Alex Infascelli

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E’ la storia di Emilio D’Alessandro, autista personale di Stanley Kubrick. Un’amicizia che ha attraversato trent’anni di vita, costruito meticolosamente quattro capolavori della storia del cinema e unito due persone, apparentemente opposte che hanno trovato lontano da casa il proprio compagno di viaggio ideale…

“Ora lei rimane su e non scende per nessun motivo. Per oggi ha finito di lavorare”. Con queste parole decise Emilio D’Alessandro, autista personale e ormai da tempo qualcosa di più di Stanley Kubrick, apostrofa quest’ultimo rimproverandolo per aver spinto all’estremo il suo fisico, nel corso della preparazione di Eyes Wide Shut. È un momento che ben sintetizza il rapporto sempre più stretto fra due personaggi che più lontani non si potrebbe, la cui grande storia d’amicizia è raccontata da Alex Infascelli nel documentario S if for Stanley, presentato al Festival di Roma e ora in sala in una versione più lunga di 15 minuti. Negli anni ’90 ormai Emilio D’Alessandro è diventato il fratello maggiore responsabile che mette in riga il genio sempre più fanciullo, salvo poi cedere quando quest’ultimo lo vuole vicino a sé, sfruttando la capacità di seduzione dell’uomo generoso dietro al regista perfezionista. Rinchiuso nel suo mondo di affetti e serenità, non recluso come sciattamente raccontato da molti per anni, Stanley Kubrick divideva la sua vita in due: al piano di sopra la vita privata, gli affetti, l’amore per gli animali, la moglie Christiane e le figlie presto andate via di casa con suo grande dispiacere; sotto il lavoro, l’infaticabile ricerca di storie appassionanti del lettore vorace, e la scelta di attori da spremere al massimo per ottenerne il meglio. In mezzo, sospeso fra i due mondi, per trent’anni, si è mosso Emilio D’Alessandro, emigrato negli anni ’60 da Cassino a Londra e tornato in tarda età, dopo la morte di Kubrick nel 1997, nella campagna laziale. Un rapporto nato casualmente, con un fallo gigante da portare sul set di Arancia meccanica, una notte di neve e ghiaccio e un asso della guida in grado di portare a termine il compito, pilota da corsa diventato autista per arrotondare. Facile immaginare come Kubrick abbia visto in lui l’efficienza di un uomo semplice, emblematica del bisogno di rapporti veri di un artista da tutti ritenuto un genio che abbandonò presto la sua New York, per allontanarsi ancor di più da Hollywood, da quello che rappresentava, dalle sue luci abbaglianti ed effimere. Una villa nella campagna inglese, circondato dalla natura – che portava in dote un confortante disinteresse per le vicende terrene – era il luogo ideale per avvicinare il regista al grande lavoratore a cui non interessava più di tanto cosa facesse il suo capo. Solo dopo essere tornato, una prima volta, in Italia, Emilio D’Alessandro ha visto i suoi film: il preferito, con grande scorno di Kubrick, è proprio il più spurio di tutti, Spartacus. Sono tanti gli aneddoti divertenti e toccanti che Infascelli racconta attraverso il protagonista, ma il suo disprezzo per Jack Nicholson, e la sua abitudine di tirare su con il naso una polverina bianca, racconta alla perfezione questo Candido rappresentate dell’emigrazione italiana. Solo nell’ultimo film, Eyes Wide Shut, irromperà letteralmente in scena – come giornalaio in una scena accanto a Tom Cruise – diventando indispensabile davanti oltre che dietro la macchina da presa, testamento dell’amicizia che ha legato Kubrick al suo fido collaboratore. S if for Stanley è un documentario dal ritmo crescente, che entra nella vita quotidiana di un maestro all’opera, passando dall’ingresso di servizio, illuminando una figura troppo spesso tacciata di freddezza. Sfidiamo gli amanti del cinema di Kubrick a non commuoversi quando i due prenderanno per la prima volta due uscite diverse, salutandosi senza troppe parole, con un abbraccio, prendendo atto di essere diventati indispensabili uno all’altro. Solo un “fuck this” mormorato fra le lacrime da Kubrick, che ci ricorda il beffardo “fuck” messo in bocca a Nicole Kidman alla fine di Eyes Wide Shut: congedo dissacrante di un autore fin troppo sacralizzato, troppo sacralizzato.

ComingSoon.it

 

Gli Orari:

Mercoledì 3 Maggio ore 21:30

Giovedì 4 Maggio ore 21:30

Il Trailer:

 

In viaggio con Jacqueline, un film di Mohamed Hamidi

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In viaggio con Jacqueline parla di Fatah, un piccolo coltivatore algerino, che ha occhi solo per la sua mucca Jacqueline e sogna di portarla a Parigi al Salone Internazionale dell’Agricoltura. Quando finalmente riceve l’agognato invito, deve trovare il modo per raggiungere la Francia e Parigi, lasciando il suo sperduto villaggio in Algeria. Con una colletta di tutti i compaesani attraversa il mare e approda a Marsiglia. Di lì inizia per l’uomo e il quadrupede un lungo, faticoso viaggio a piedi attraverso tutta la Francia…

Un buffo signore, calvo e occhialuto, dall’andatura incerta con al guinzaglio una bella vacca marrone in salute. È l’immagine simbolo di una delle sorprese dell’anno scorso in Francia, In viaggio con Jacqueline, feel good movie che ha risollevato il morale dei francesi in un annus horribilis. Diretto dal franco algerino Mohamed Hamidi, propone il road movie per la Francia di un piccolo coltivatore dell’entraterra algerino, che si mette in marcia, a piedi, per arrivare in tempo al Salone dell’agricoltura di Parigi e far partecipare la sua adorata Jacqueline al concorso più ambito: quello per il bovino più bello. Hamidi cerca di far comunicare le sue due culture; dopo un primo film, Né quelque part, in cui seguiva un francese nel viaggio algerino alla scoperta delle radici dei genitori, questa volta propone un percorso inverso. L’Algeria è quella costola – per più di un secolo – della grande République, che nonostante i continui battibecchi parla sempre della Francia e la guarda con rispetto e vicinanza, non fosse che per i milioni di maghrebini che hanno cercato fortuna nell’esagono. Fatah sembra catapultato nella Francia dolce del lungo dopoguerra, negli anni ’50 simbolizzata dai film con Fernandel, di cui uno, La vacca e il prigioniero, diventato un simbolo delle campagne rigogliose e della vita che tornava a scorrere. In viaggio con Jacqueline è un film che rinuncia ai tempi frenetici della conoscenza casuale, della maschera scettica di una quotidianità frettolosa per rivendicare tempi lunghi, conversazioni inattese che diventano serate intere, con la voglia sincera di conoscere chi si ha di fronte. In questo è una boccata d’aria fresca, un omaggio alla natura e alla campagna, senza essere manifesto luddista contro il progresso tecnologico; tutt’altro, è proprio grazie alla televisione, ai social e a youtube che questo viaggio improbabile di un Candido catapultato nel XXI secolo assume valenza nazionale, attira le simpatie di tante persone che ne sostengono la cavalcata, come Poulidor in cima al Mont Ventoux. Un’avventura umana scandita da incontri sorprendenti, quella di In viaggio con Jacqueline, alcuni proprio per la loro normalità: dal cognato bizzoso che nasconde a casa la famiglia che si è creato a Marsiglia, interpretato dal più famoso comico franco maghrebino, Jamel Debbouze, al nobile di campagna decaduto e molto depresso, un empatico Lambert Wilson. In fondo è una questione di ritmi, e entrambi alla fine si allineano a quelli mediterranei di Fatah, imparano a coglierne gli slanci di un’umanità primordiale, superata l’iniziale sorpresa. Hamidi ha combinato tre attori e tre stili comici completamente diversi, arricchendo questa fiaba camminata di toni diversi; a suo modo anche così propone una parabola sulla diversità come ricchezza, sull’ascoltare chi vive diversamente da te, superando i pregiudizi. Impossibile non tifare per il gracile protagonista, una sorta di Capannelle francese, interpretato con stroardinaria umanità da Fatsah Bouyahmed. Amante della commedia all’italiana, come si nota nella scrittura a quattro mani di una lettera che rimanda a Totò e Peppino, Hamidi non propone niente di nuovo o di sconvolgente, ma una sana pausa per ricaricare la speranza candida, ma a portata di mano, di una vita condivisa senza reticenze con chi respira insieme a noi l’aria, troppo spesso cinica e malsana, di questo nostro pianeta.

  Mauro Donzelli, Comingsoon.it

 

Gli orari:

venerdì 28 aprile ore 21:30

sabato 29 aprile ore 20:30 – 22:30

domenica 30 aprile ore 16:30 – 18:30 – 20:30 – 22:30

martedì 2 maggio ore 10:00 (cinemamme)

martedì 2 maggio ore 21:30

 

Il trailer:

 

 

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Nanga Parbat, un film di Joseph Vilsmaier

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La ricostruzione della drammatica vicenda occorsa a Reinhold Messner, il celebre alpinista altoatesino, quando nel 1970, dopo la conquista in Pakistan del Nanga Parbat, la nona cima del mondo, perse il fratello Gunther che era con lui, travolto da una valanga, e dovette abbandonarne il corpo, venendo poi ingiustamente accusato di averlo sacrificato pur di raggiungere la vetta…

Monaco 24 settembre 1970 ore 20. Il dott. Karl Maria Herrlingkoffer sta tenendo una conferenza stampa. La sua spedizione tre mesi prima ha conquistato la vetta del Nanga Parbat. È la terza volta che questo accade ma è la prima volta che viene risalito il versante meridionale lungo l’inviolata, fino ad allora, parete Rupal. All’improvviso irrompe nella sala Reinold Messner. Avanza sorreggendosi alle stampelle. È il silenzio. Herrlingkoffer, scosso dalla inaspettata presenza, prosegue la conferenza visibilmente innervosito. Dà notizia della terribile tragedia che si è consumata durante la spedizione. Uno dei due fratelli Messner, il giovane Günther, è rimasto vittima a dir suo della irresponsabilità del fratello maggiore. Messner urla la sua innocenza ed incomincia a raccontare la sua versione di quanto è accaduto. La ricostruzione della vicenda è molto dettagliata, lo stesso Reinold Messner nella realtà ha collaborato alla stesura della sceneggiatura. Il suo punto di vista è essenziale per la comprensione di ciò che realmente è accaduto. Il film viene così impreziosito anche da aneddoti importanti che ci raccontano l’infanzia e la crescita dell’uomo e dell’alpinista. Il regita Joseph Vilsmaier affonda efficacemente il suo sguardo dentro personaggi carismatici e dalla grande personalità alla ricerca dei loro difetti e dei loro limiti. Non potrebbe fare diversamente per rendere al meglio il suo obbiettivo: celebrare l’alpinismo ed uno dei suoi più importanti padri fondatori. L’aspetto storico e sociale in cui questa storia si è svolta rafforza il messaggio più intimo che l’alpinismo insegna: la conquista non è la vetta, non è un percorso che possiamo organizzare nel dettaglio arrivando alla certezza della vittoria. La vetta è la conquista della propria anima, è la comprensione di noi stessi, di quello che veramente vogliamo e possiamo. La comprensione della psicologia dei protagonisti è il successo di questo film.

 

mymovies.it

Gli Orari:

Giovedì 27 Aprile 21:30

Il Trailer:

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My name is Adil, un film di Adil Azzab. In collaborazione con RES Valdera

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Storia vera di Adil, un bambino cresciuto nella campagna marocchina che a 13 anni raggiunge il padre emigrato in Italia. Adil si confronta con la durezza dell’esperienza migratoria, ma anche con esperienze che cambieranno per sempre la sua vita. Girato tra la campagna marocchina e Milano, realizzato con attori non professionisti, il film tratta i temi della migrazione e dell’identità culturale a partire da una prospettiva nuova: quella  dei bambini e dei ragazzi…

La realizzazione del film, a budget zero e prodotto in modo indipendente, è una storia nella storia: Adil Azzab, immigrato dal Marocco quando aveva 13 anni, e Magda Rezene, nata in Italia da genitori eritrei, si incontrano in un Centro di Aggregazione Giovanile milanese, prima come utenti e poi come volontari. Nel 2011 i due giovani vengono coinvolti come accompagnatori in un campus di formazione rivolto ad adolescenti in condizioni di svantaggio, l’obiettivo del corso è di fornire conoscenze multimediali e valorizzare la propria storia tramite la fotografia e il videomaking. Adil e Magda scoprono così la passione per il cinema e la fotografia. La sera, Adil racconta come è arrivato in Italia: il suo modo di narrare, diretto e vissuto, colpisce Andrea Pellizzer, professionista della comunicazione in veste di formatore del campus. Nasce così l’idea di realizzare un lungometraggio sulle difficoltà dell’emigrazione dalla prospettiva di un ragazzino. Adil e Magda partono per il Marocco: è la prima volta che il giovane torna nella sua terra d’origine dopo tanto tempo. Sulla base del montaggio di quel primo girato, parte un crowdfunding: con i fondi raccolti, l’associazione Imagine Factory, fondata per proseguire il lavoro con gli adolescenti attraverso gli strumenti della multimedialità, mette insieme una crew e il film si fa, con l’aggiunta di Andrea Pellizzer alla regia. Quella di “My name is Adil”, e del progetto che ha permesso di realizzarlo, è una storia unica ed esemplare insieme, che ci parla della capacità di credere nei propri sogni, del significato dell’accoglienza e delle possibilità generative dell’incontro con gli altri.

 

Lifegate.it

Gli Orari:

Mercoledì 26 aprile ore 21:30

Il Trailer:

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