Personal shopper, un film di Olivier Assayas

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Maureen è una giovane donna americana che vive a Parigi e lavora come personal shopper. Ha l’incarico di scegliere i vestiti ideali, con un budget stratosferico a disposizione, per una star esigente di nome Kyra. Maureen ha anche il dono di comunicare con gli spiriti. Cerca un contatto con l’aldilà per poter salutare definitivamente il fratello gemello Lewis, recentemente scomparso e per riappacificarsi con la sua perdita. Inizierà a ricevere ambigui messaggi inviati da un mittente sconosciuto. Entrerà in contatto con una presenza spettrale ma non è sicura che si tratti di Lewis.

In Sils Maria, Kristen Stewart era l’assistente personale di una famosa attrice, e tutto il film era giocato sul rispecchiamento indentitario della protagonista Juliette Binoche: che comprendeva anche la stessa Stewart. Ora, in Personal Shopper, è l’americana a essere protagonista, giovane al servizio di una bizzosa diva che non incontra quasi mai, tutta impegnata a passare da un atelier d’alta moda all’altro per raccattare abiti e accessori destinati a questa misteriosa Kira. E, nel mentre, Maureen (che è anche una medium) cerca di stabilire un contatto col gemello morto da poco per una malformazione cardiaca che ha anche lei. Sospesa quindi tra le appendici del corpo e quello che al corpo sottende, all’anima o come la si voglia chiamare, Maureen è comunque un personaggio sempre alla ricerca di qualcosa, e sempre confinata nel limbo dell’incertezza: quella presenza che sente dentro casa, è Lewis, suo fratello, o no? E che fare: cedere o no alla tentazione di provare quegli abiti meravigliosi che sfiora e valuta per conto terzi? Se si indossano i panni di un’altra, o se si fa la stand in per suo conto su un set fotografico, chi si è? Sei tu o sono io? Sei tu o sono io? È questa la domanda, questo il cuore e il finale del film di Olivier Assayas, che gioca col genere puro, con l’horror e il thriller, alternando fantasmi e omicidi per costruire l’ennesima storia fatta di riflessi, specchi e ombre che sono quelle che abbiamo nella testa. Che Maureen ha in testa. Fin dalle prime inquadrature del film, nella penombra gotica di una villa, il personaggio della Stewart è alla ricerca di qualcosa, e si rispecchia, si duplica senza nemmeno accorgersene nei vetri di una finestra; così come non si guarderà mai davvero allo specchio, con addosso gli abiti di lusso di Kira, ma guarderà solo un’ipotesi di sé. “Non sono io, non mi sento a mio agio così”, scriverà su una misteriosa chat sul telefonino, forse con uno spirito, forse con un killer. Si muove in un mondo di fantasmi la Stewart, parla con loro anche quando i fantasmi sono ancora vivi, e sono tali per via della loro distrazione o della loro immanenza elettronica, dentro una chat di Skype o in una sull’iPhone. Non riesce ad afferrare o a raggiungere mai niente e nessuno, nemmeno sé stessa. Perché, in fondo, è dominata dalla paura di cercare di essere chi vorrebbe veramente, anche (o forse perché) la paura è anche desiderio. Assayas, liquido e scorrevole come non mai con la sua macchina da presa, se ne infischia della logica e della metafisica della trama, in Personal Shopper, lasciando questioni sospese e ambiguità latenti riguardo le scene chiave del suo film. O forse no, non se infischia affatto: perché la logica interna del film è proprio quella lì, quella di una confusione identitaria, del tentativo di ricostruzione che mette in atto Maureen e che coinvolge anche noi spettatori.

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Gli Orari:

Giovedi 1 Giugno Ore 21:30

Venerdì 2 Giugno Ore 20:30 – 22:30

Sabato  3 Giugno Ore 20:30 – 22:30

Domenica 4 Giugno Ore 16:30 – 18:30 – 20:30 – 22:30

Martedì 6 Giugno Ore 10:00 – Cinemamme

Martedì 6 Giugno Ore 21:30

 

Il Trailer:

Buone visioni al Circolo Cinematografico Agorà

La Tenerezza, un film di Gianni Amelio

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Lorenzo è un anziano avvocato appena sopravvissuto ad un infarto. Vive da solo a Napoli in una bella casa del centro, da quando la moglie è morta e i due figli adulti, Elena e Saverio, si sono allontanati. O è stato lui ad allontanarli? Al suo rientro dall’ospedale, Lorenzo trova sulle scale davanti alla propria porta Michela, una giovane donna solare e sorridente che si è chiusa fuori casa, cui l’avvocato dà il modo di rientrare dal cortile sul retro che i due appartamenti condividono. Quella condivisione degli spazi è destinata a non finire: Michela e la sua famiglia – il marito Fabio, ingegnere del Nord Italia, e i figli Bianca e Davide – entreranno nella vita dell’avvocato con una velocità e una pervasività che sorprenderanno lui stesso. Ma un evento ancor più inaspettato rivoluzionerà quella nuova armonia, creando forse la possibilità per recuperarne una più antica.

Che tenerezza   La tenerezza, e che struggimento che vien fuori vedendolo, non uno struggimento da Sturm und drang (letteralmente “tempesta e assalto”), ma una tumultuosa dolcezza intrisa di malinconia e permeata di una sincerità disarmante. La sincerità di Gianni Amelio, innanzitutto, che sceglie un protagonista suo coetaneo in cui far traboccare stille del suo io più irrequieto e insofferente dinanzi al passare del tempo e che racconta la bellezza di noi uomini ma anche la nostra sgradevolezza, la nostra insofferenza, la nostra incapacità di amare fino in fondo e, sopra ogni cosa, il coraggio che dimostriamo nell’ammetterlo. E la bellezza dei personaggi non proprio inventati dal regista (che ha preso spunto da un romanzo) ma da lui riplasmati è proprio questa dolorosa autoconsapevolezza: la capacità di riconoscere, in conversazioni grondanti verità o in dialoghi più brevi – e con una franchezza disarmante – di non essere all’altezza del proprio ruolo sociale e delle altrui aspettative. Succede così che un anziano avvocato con il volto di Renato Carpentieri ammetta di non aver amato la donna che ha sposato e che un timido uomo venuto dal nord impersonato da Elio Germano dichiari di non aver nulla da dire ai suoi bambini, vergognandosi un po’. Ma forse non si tratta esattamente e solamente di vergogna. La cosa bella è che questa pulsione a volte mortificante e a volte accettata di buon grado Amelio la lascia venir fuori inaspettatamente e d’improvviso, sorprendendo per esempio chi credeva che il suo film fosse destinato a prendere soltanto la direzione della poesia o dell’istantanea di una tranche de vie. Certo, ognuno dei suoi protagonisti in qualche modo cerca la gentilezza o magari la dispensa, ma per poterla invocare il regista ha bisogno di sfiorare la violenza immotivata, facendo sì che la sua storia, da iniziale ritratto di una quotidianità, si faccia viaggio inquieto, continuo peregrinare fra le strade di una Napoli piena di aule, scale, cucine, piazze e camere d’ospedale che rappresenta benissimo uno stato d’animo diffuso e squisitamente contemporaneo: l’ansia di chi sa che sta franando e non capisce bene a cosa aggrapparsi, o il malessere di chi a un certo punto comincia a sentirsi solo in mezzo agli altri e allora impazzisce. E’ un film di andirivieni il nuovo lavoro del regista de Lamerica, a cui però interessa soprattutto sottolineare il momento del ritorno, perché la felicità per lui è una casa in cui riandare, magari cambiati, ma incuranti della velocità supersonica di un presente che rischia di farci annaspare e di un futuro che magari non si vuole esplorare. In questa dimora metaforica, la famiglia – tante volte esplorata da Gianni Amelio – minaccia di dissolversi. Oppure può ritrovarsi e ricrearsi dal nulla, perché famiglia non è solo il nucleo in cui si nasce e di genitori, fratelli e figli se ne incontrano molti nell’arco dell’esistenza. Ci sono tante giovani donne come la Michela di Micaela Ramazzotti, insomma, a cui fare da padri, così come infinite possibilità di inventarsi un gesto che possa cerare empatia. Bene illuminato dalla fotografia di Luca Bigazzi, La tenerezza si nutre anche degli sguardi e del “gioco” di attori che si sono lasciati andare a una direzione pacata e non competitiva e che hanno avvicinato con pietas i personaggi che hanno avuto in dono: in particolare Germano, alle prese con un ruolo di difficilissima interpretazione e Carpentieri, immenso nella graduale transizione del suo Lorenzo dalla ruvidezza all’abbandono. Da buon alter-ego di Amelio, e di chiunque senta di assomigliargli, quest’ultimo occupa orgogliosamente quasi ogni scena, alla faccia di chi davanti alla macchina da presa si ostina a mettere i soliti volti giovani e noti ai più, volti spesso acerbi che non hanno una storia scritta nelle rughe.

Comingsoon.it

Gli Orari:

Venerdì 26 Maggio Ore 21:30

Sabato 27 Maggio Ore 20:30 – 22:30

Domenica 28 Maggio Ore 16:30 – 18:30 – 20:30 – 22:30

Martedì 30 Maggio Ore 10:00 – Cinemamme

Martedì 30 Maggio Ore 21:30

 

Il Trailer: 

Buone visioni al Circolo Cinematografico Agorà

 

Spira Mirabilis, un film di Massimo D’Anolfi & Martina Parenti

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La comunità del Cheyenne River Reservation Camp, in South Dakota, celebra il funerale di un anziano che ha lottato per l’indipendenza e il riconoscimento dei diritti civili dei nativi americani. Restauratori e tecnici addetti alla conservazione delle statue del Duomo si applicano costantemente a dare nuova vita a quel simbolo di spiritualità cristiana che permane intatto nei secoli. La coppia svizzera composta da Felix Rohner e Sabina Schafer crea da decenni particolari strumenti musicali con pazienza artigiana nel laboratorio di Berna. Shin Kubota, docente all’Università di Tokyo, si dedica a studiare la Turritopsis, “medusa immortale”, dal ciclo vitale potenzialmente infinito, capace di mutamento e rigenerazione. Di tanto in tanto, dentro un cinema vuoto, l’attrice Marina Vlady interpreta alcuni passi dell’Immortale, dall’Aleph di Jorge Luis Borges.

Una nativa indiana racconta la genesi del mondo e un’attrice francese di fama internazionale legge passaggi di Borges dedicati al tema dell’immortalità. Uno scienziato giapponese studia le meduse Turritopsis e dedica una canzone alla loro capacità di ringiovanire e scampare alla morte. Una coppia svizzera realizza uno strumento musicale / scultura in metallo unico al mondo, lo Hang, creato dopo anni di esperimenti sulla materia e il suono che emette. Un gruppo di nativi celebra un funerale a Wounded Knee, sede della ribellione indiana dello scorso secolo e di un successivo massacro da parte delle autorità statunitensi. Un gruppo di operai e artigiani presiede alla lenta e infinita sistemazione delle statue marmoree che popolano la facciata e le guglie del Duomo di Milano. Questi sono i volti, i suoni e le latitudini scelte da Massimo D’anolfi e Martina Parenti per la loro spirale perfetta. Spira Mirabilis è il loro ultimo lavoro a carattere documentaristico, uno dei tre rappresentanti del cinema italiano in concorso a Venezia 73. Il titolo si rifà alla spirale logaritmica, le cui distanze tra bracci aumentano man mano che la sua formazione progredisce: è una forma spesso rintracciabile in natura e che può essere ricostruita usando la celebre sequenza di Fibonacci. Si tratta insomma di un incrocio tra conoscenza umana e bellezza immediatamente percepibile nella natura attorno a noi. Spira Mirabilis, la recensione del film di Venezia 73 IWonder Marina Vlady è tra la protagoniste di Spira Mirabilis Sicuramente tende all’estetica e a un lento progredire anche il film di Massimo D’anolfi e Martina Parenti, che si pongono l’ambiziosissimo progetto di raccontare l’anelito dell’umanità verso il superamento della morte, attraverso le storie rintracciate nei quattro angoli del mondo e che si rifanno ai 5 elementi della tradizione filosofica cinese: l’aria, l’acqua, il fuoco, la terra e l’etere. Gli autori, che hanno partecipato alla presentazione della rassegna Le Vie del Cinema a Milano, hanno voluto anche rispondere ad alcune critiche giunte dai giornali dopo il passaggio in Laguna circa la qualità del film e il fuggi fuggi che avrebbe generato in sala durante la proiezione dedicata alla stampa. Parenti ha invitato gli spettatori a gettare il cuore oltre l’ostacolo, concentrandosi sulla bellezza delle immagini e pensando a lasciarsi trasportare dalla storia più che a cercare continuamente un senso, che il film provvederà puntualmente a fornire nelle sue fasi finali.

 

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Gli Orari:

Mercoledi 24 Maggio  Ore 21:30

Giovedi 25 Maggio Ore 21:30


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Lasciati andare, un film di Francesco Amato

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Elia è uno psicanalista ebreo di pura scuola freudiana, che ha fama, grazie alla sua aria severa e distaccata, di generare immediata soggezione nei suoi pazienti. Elia vive da solo in un appartamento sullo stesso piano della sua ex moglie Giovanna, di cui è ancora segretamente innamorato. Il medico, dopo un lieve malore, gli prescrive una dieta ferrea e attività sportiva per buttare giù i chili di troppo. Ed è così che nella sua vita irrompe Claudia, una personal trainer buffa ed eccentrica, con il culto del corpo, nessun timore reverenziale per i cervelloni fuori forma come lui e un’innata capacità di trascinare nei suoi casini chiunque le capiti a tiro.

Appesantire con un’evidente pancetta Toni Servillo, lasciandogli indosso il vestito sorrentiniano dell’ironia caustica e del sense of humour spietato ma sostituendo all’iconica giacchetta gialla di Gep Gambardella inguardabili tute acetate, è un’ottima idea: perché diverte, spiazza e incuriosisce, e perché un attore che ama definirsi strumento delle storie e dei personaggi non può che diventare sorprendente quando si avventura in un “paese” ancora inesplorato per quanto ardentemente desiderato (la commedia). E’ anche un atto di coraggio, che solo un film non “piccolino” (come qualcuno lo ha definito) ma “grande” nel suo remare inconsapevolmente contro la commedia più modaiola poteva permettersi di tentare, un film che nasce da una penna che conosciamo (quella di Francesco Bruni, non da solo) e che ha il pregio di non prendersi troppo sul serio e di assecondare – con il suo ritmo a tratti discontinuo – l’anarchico, casuale e a volte imprevisto fluire della vita. Questo fluire lo segue innanzitutto Servillo stesso – nel suo giocare con le stramberie di Elia Venezia e in una recitazione in equilibrio fra distacco e partecipazione emotive – e lo seguono pure i suoi compagni di set, liberi di regalare qualcosa di sé al film ma fedeli alla sceneggiatura e a un lungo lavoro di preparazione: Carla Signoris e Verónica Echegui, per esempio, che grazie a Dio non sono le solite facce da cinema da ridere e che fanno da contraltare a un protagonista che riassume in sé diverse maschere “molieresche” (l’avaro e il misantropo, per cominciare), salvo poi essere al 100% contemporaneo in uno snobismo intellettuale altoborghese, giudicante e tranchant. Ogni cosa è armonica, insomma, nel terzo lungometraggio del regista di Cosimo e Nicole e così ci si abitua subito e volentieri ai duetti fra lo strizzacervelli e la personal trainer, coppia di “guaritori” inizialmente male assortita che trova poi in qualche modo un canale di comunicazione. Starle dietro è un piacere, tanto più in un percorso a ostacoli in cui non si procede mai a scatti, o per scontati “siparietti”. Ecco: la caratteristica più evidente di Lasciati andare è che non si tratta di una somma di situazioni buffe, ma di un cammino – ora a due ore a tre – da un punto “a” a un punto “b”, un viaggio magari non così inatteso, ma comunque gradevole perché a compierlo sono individui in trasformazione quasi sempre inadeguati alle circostanze e perciò spesso in affanno, in corsa. Insieme a loro, soprattutto alla fine, corre il film, che supera brillantemente un’impasse intermedia – nella quale insieme ai chili del protagonista va via un po’ di magia – per diventare rocambolesco e per lanciare a Servillo un’ennesima sfida: la comicità slapstick. E allora arrivano le fughe, i capitomboli e perfino l’azione e la contaminazione con il mondo criminale, rappresentato da un Luca Marinelli minaccioso e balbuziente. Ai traumi infantili e alla violenta follia del suo personaggio preferiamo però le debolezze (gianduiotti compresi) di Mr. Venezia e della sua ex signora. Francesco Amato guarda entrambi con tenerezza, quella tenerezza che dopo i cinquanta fa ritrovare chi un tempo si è amato e che ci rende più umani, empatici e “avvicinabili”.

 

Comingsoon.it

Gli Orari:

Venerdì 19 Maggio Ore 21:30

Sabato  20 Maggio Ore 20:30 – 22:30

Domenica 21 Maggio Ore 16:30 – 18:30 – 20:30 – 22:30

Martedì 23 Maggio Ore 10:00 – Cinemamme

Martedì 23 Maggio Ore 21:30

 

Il Trailer:

Buone visioni al Circolo Cinematografico Agorà